Google

giovedì 28 febbraio 2008

I laico-cattolici e gli zapatero

A sinistra c'è una certa confusione. Non che a destra le cose vadano a meraviglia ma nelle ultime ore affermazioni e scelte abbastanza confusionario promozionali di Veltroni e Arcobaleno Sinistra unita hanno aperto il campo a nuovi dubbi e più di qualche perplessità.
Partiamo da Veltroni. Dopo la candidatura di Veronesi la rivolta cattolica, forte e ben argomentata. Dopo i radicali è la volta di Binetti e teodem. Mondi che distano anni luce. Gli uni dagli altri. E mondi soprattutto in guerra. Gli uni contro gli altri. E non su questioni pratiche e quotidiane come pane, latte e cereali. Bensì su questioni ben più profonde e dove la coscienza, e la fede, giocano un ruolo non indifferente. Aborto, contraccettivi, famiglia, ecc...
Veltroni invita alla calma e anzi afferma che è giunta l'ora del dialogo. Domani vedremo quindi l'ala cattolico zelante dare ragione ai gay in piazza con la bandiera radicale, o ancor meglio sempre l'ala cattolico zelante arrivare ad una felice conclusione su una profonda e vera laicità dello stato. I preti a casa loro e chi vuole santificare le feste lo faccia ma in silenzio. Sarà davvero un bel momento. O forse, e finalmente, we can (con enfasi veltroniana), i radicali e Veronesi stesso stendere il tappeto rosso al secondo tentativo del Papa alla Sapienza di Roma. Vedremo.
Ma Veltroni, che è uomo dalle mille risorse, sta rispondendo ai dubbi che arrivano da più parti cercando di accontentare tutti. E così ecco la candidatura dell'operaio per gli operai, della giovane per i giovani, dell'imprenditore per gli imprenditori, del laico appunto per i laici e dei cattoli per i cattolici. E nessuno escluso. Di ieri la notizia della futura lotta per i diritti degli omosessuali. E puntuale la candidatura di un campione della lotta all'omofobia. Adesso, non sorprende sicuramente il progetto. Tutti rappresentati. Ma questo tutti, a risposta diretta e immediata di contrasti e dispute, sembra più un accozzaglia raccimola voti che un serio programma. Così facendo non è una personalità forte e un partito sotto la guida di questo leader, ma un ammasso di personalità tutte con un proprio preciso interesse, e scommettiamo, con tanta voglia di far carriera e non perdere l'occasione data dalli tristi tempi. E qualche altro ballerino di poltrona sicuramente si nasconderà. Uno di quei ballerini in grado di far finire anzi tempo lo spettacolo. Il rischio è alto.
Tutti principi che ben si accostano al grido di battaglia della Sinistra più radicale. Viva Zapatero! L'ultimo spot pubblicitario del popolo dell'Arcobaleno. Ma a leggere bene, ma anche non troppo bene, non si sa in pratica quanto Zapatero in questa visione di mondo c'azzecchi. Si è sempre parlato di derive zapateriste. Sempre presentato il leader spagnolo come un campione rivoluzionario di idee e principi. La Spagna come la Cuba dei sogni infranti dei lottatori di sinistra. Niente di tutto questo a vedere la realtà. In Italia solo una moda e un nome utilizzato, e abusato, in più di una occasione. Perchè il signor Zapatero con la sinistra estrema ha poco a che vedere. E niente da spartire. E quindi navighiamo sull'onda del falso mito. Cosa che alla sinistra estrema è sempre riuscito a meraviglia.


AP

mercoledì 27 febbraio 2008

Berlusconi: tasse, famiglia e Casini

Un Berlusconi ottimista (quando non lo è?) quello sentito ai microfoni di Radio Anch'io. Berlusconi certo della vittoria alle prossime elezioni. Berlusconi pronto a raccogliere la sfida di un nuovo governo. Lui, e l'alleato fedele Gianfranco Fini.
Il Cavaliere parla di tutto e di tutti. A partire da Casini, ribelle della ex CdL, ora Pdl. Afferma di non aver mai parlato male del neocentrista. Ma dinanzi alla realtà politico sociale del Paese aver solo dichiarato che le forze in corsa sono due: Il centro destra e il Partito Democratico. Tradotto in leader: Berlusconi-Veltroni. Tutto il resto una sorta di polverone e schegge impazzite senza ormai alcun senso. E, rincara la dose il Cavaliere, detto e ripetuto che un voto a Casini è un voto a Veltroni. Il popolo di centro destra è avvisato.E non ha probabilmente tutti i torti Berlusconi.
Da verificare solo l'assetto finale, da decidere in questi giorni, del grande centro. Con forze che spingono da più lati. Dagli scontenti, agli isolati, da chi in cerca di una sistemazione anche precaria ai cattolici in protesta aperta con Veltroni. Una manovra, questa della Chiesa, da non sottovalutare. Anche se al centro sembrano mancare più che idee, personalità in grado di ricevere responsabilità di alto livello.
Se vince Veltroni, spara il leader delle Libertà, allora vuol dire che gli italiani se la sono cercata e se la meritano. Dopo il fallimento dell'ultimo governo Prodi come gli italiani possono credere ancora in questa sinistra? Vista e analizzata da un certo punto di vista e in superficie la dichiarazione berlusconiana potrebbe rivelare anche un certo senso. Ma non dimentichiamo che in questo poco nuovo di Parito Democratico non saranno presenti punte estreme o forze dal cambiamento rapido che hanno affossato il governo Prodi. E non è cosa da poco. La o le sinistre correranno sole, Mastella è in attesa di prendere l'offerta migliore. O il meno peggio a questo punto.
E poi, e finalmente, il programma. Pochi punti ma solidi. Senza giri di parole e toni favolistico favoleggianti. Riduzione delle tasse, abolizione completa dell'Ici, sostegni alle famiglie. Questi i nuovi 100 giorni berlusconiani. Ma soprattutto, ripete amaramente il Cavaliere, il problema rifiuti a Napoli. Si dice studioso notturno del problema. Un problema che va affrontato e che a oggi ha portato non pochi problemi all'Italia.
Capitolo Di Pietro e la guerra infinita con l'ex Pm. E volano parole grosse e accuse. Io ho orrore di Di Pietro e lo dico alto e forte, ha detto il leader del Pdl, Di Pietro è il campione delle manette. Ma politicamente non mi spaventa, in quanto ogni sua proposta o idea non viene neanche analizzata.
E conclude l'intervento con il possibile dibattito con Veltroni. Se la par condicio, legge voluta dalla sinistra, e colpevolmente tenuta in piedi in passato da qualche mio alleato, lo permette, perché no?

AP

Usa: Clinton-Obama, l'ennesimo duello

Obama, nonostante foto dell'ultima ora e minacce di nuove Dallas, sembra prendere il largo. Ennesimo faccia a faccia tra i due candidati democratici alla presidenza. Ennesima vittoria di Obama. E stavolta non ai punti o al margine del pareggio.
I sondaggi vedono infatti l'afroamericano avanti al 70%. E manca poco alla "finale" vera e propria di queste primarie da infarto. Il 4 marzo.
Hillary sembra contare i giorni che la separano dall'addio alla corsa alla Casa Bianca. E la ex first lady si gioca, deve giocare, il tutto per tutto. Le accuse sono le solite. I mezzi sempre gli stessi. Colpi bassi, molto bassi e attacchi frontali. La tecnica che sembra far parte di chi è in svantaggio. Basti pensare al primo duello spagnolo tra Zapatero e Rajoy. Dove il secondo, con capacità attoriali non proprio eccelse, ha optato per l'attacco puro e duro senza paura. Non accennando una sola volta, o mezza volta, al programma della sua coalizione. Ma in politica, zona adatta per attacchi e contrattacchi, il vuoto si trova prima o poi a pagare il conto.
Qualche giorno fa venivano gettate nella grande rete le immagini di un Obama versione musulmana. Cosi. Un tipetto con turbante e volto quasi ingenuo. Tra tutte le foto, la peggiore. Lo staff di Hillary in Clinton nega il suo coinvolgimento. Chiaramente. Ma i dubbi rimangono. E Obama stravince ugualmente.
E la Clinton si arrabbia. Prendendosela addirittura con i moderatori, a detta sua, dalla parte dell'afroamericano. E l'America non apprezza.
È una Clinton molte volte spiazzata quella di Cleveland. In effetti, come poter rispondere a domande che riguardano politiche e scelte non proprio esaltanti, quando queste politiche e scelte non proprio esaltanti portano la firma Clinton? Quella di suo marito Bill.
Unico sussulto la guerra in Iraq. La Clinton afferma sicura: tornassi indietro non darei il voto per l'intervento armato. E l'America (e il mondo) apprezza.
Ma non basta. Obama si porta a casa la serata con il già citato 70% di preferenze. La pentita Hillary si ferma al 30%. A meno di una settimana dal voto decisivo del 4 marzo.

AP

martedì 26 febbraio 2008

Santanchè e l’orgoglio fascista

La candidatura a Premier deve aver giocato un brutto scherzo a livello equilibrio politico mentale a Daniela Santanchè. Ma si sa, creare il caso o in ogni modo spararle grosse è arma vincente in politica. Tra conferme e altrettante smentite. E non ci vuole poi tanto. La Destra è alla disperata ricerca di consensi da parte di scontenti infelici e “incazzati” (per mantenere la terminologia santanchiana). Demonizzare il traditore Fini, in corsa lanciata verso un futuro da leader. Unico vero punto di riferimento post-Berlusconi per il popolo della Libertà. Uno che la scelta forte l’ha fatta. Gli altri stanno dietro a raccogliere i rimasugli. Tirando a campare. Ne ha per tutti Daniela Santanchè. Gian Franco Fini appunto, definito il peggiore dei traditori. E qui si rivolge chiaramente agli scontentissimi (in quanto gli scontenti siamo sicuri preferiscono tapparsi il naso e votare comunque centrodestra). Quelli che lo scioglimento strategico di Alleanza Nazionale non l’accettano. E piuttosto che seguire lo storico leader si accontentano di Storace. Anche e soprattutto per fare un dispetto allo stesso Fini. E nella speranza di non spegnere del tutto la fiamma. E rincara la dose la Santanchè, ha voluto, sempre Fini, interrompere la storia della destra e adesso è diventato un funzionario di partito come tanti altri. Aveva l'ambizione legittima di entrare nel Ppe e di annullare la destra. Per Berlusconi il Pdl è un partito di centro? Bene. Noi invece siamo un partito orgogliosamente di destra. Legittima posizione questa della Santanchè. Ma appena si pronuncia di questi tempi la parola orgoglio, i rischi aumentano. E l’equilibrio sembra deformarsi irrimediabilmente per scadere nel vittimismo estremista. L’ultima parte dell’intervista è una dichiarazione di ideale. L’ideale fascista. Sempre più in là. Si, l’orgoglio gioca brutti scherzi da quando i due protagonisti indiscussi di questa “nuova” stagione politica hanno deciso di dettare “nuove” regole del gioco. Chiaramente nelle parole della Santanchè c’è la voglia e il bisogno di provocare.
Gian Franco Fini aveva definito il suo rapporto con il fascismo il “male assoluto”. La Santanchè, togliendo per fortuna le leggi razziali, ne va fiera. E ripete ai microfoni il suo orgoglio di essere fascista. Paragonandosi quindi ai grandi personaggi etichettati fascisti negli ultimi tempi, dal Papa alla Cei.
Questa nuova stagione della politica italiana, vera o effimera che sia, sta pian piano isolando le schegge impazzite di ideali folli (sempre che gli errori dei protagonisti moderati non provochino il riaccendersi di incendi estremisti). Sinistra. Destra. Poco importa. E questo, vada come vada il voto, le alleanze e il futuro esecutivo, è già un successo. Un cambiamento importante e fondamentale nella speranza di una costruzione, o ricostruzione, di un Paese nuovo e (più) civile.
AP

lunedì 25 febbraio 2008

I cattolici attaccano Veltroni

È successo in Spagna, dove i vescovi hanno attaccato i socialisti di Zapatero per le scelte laiche di questi anni e invitato chiaramente i cattolici a votare per i Popolari. Succede lo stesso, e con maggior spinta, in Italia. I vescovi, dalle pagine del quotidiano Avvenire, si scagliano contro il Partito Democratico. Al centro dell'attacco frontale le candidature di Veronesi in Lombardia e l'alleanza forzata con i radicali. Una svolta troppo laicista per il popolo cattolico intransigente.
Zapatero in Spagna ha potuto, forte della sua popolarità e maggior libertà di opinione laica, zittire i vescovi. O meglio, ha potuto optare per il libertà di parola ma non di imposizione.
È giusto, e come poterlo negare, che in nome della libertà di parola e di idea, ogni parte, ogni persona, possa dire la sua opinione. È giusto quindi, da parte cattolica, il guidare la scelta politica dei propri fedeli. Se libertà è laica, libertà deve essere diritto anche per il cattolico di esprimersi e impostare un proprio discorso e camminare in propria direzione. Altrimenti è regime di idee. E anche il laicismo in questo purtroppo pecca di abuso di potere e di presunzione. Libertà è di tutti. Anche di chi crede.
E così i vescovi prendono posizione netta anche in Italia. Paese cattolico in tutto e per tutto. L'invito del quotidiano Avvenire è di rendere visibili e chiare le linee guida del programma del neonato partito. Troppe discrepanze, troppe contraddizioni. Secondo i cattolici la scelta di candidare veri e propri personaggi di spicco della laicità, Umberto Veronesi in primis, e correnti in più di una occasione violentemente laiche si scontrerebbe con l'intento di raggruppare movimenti moderati, intento sempre innalzato a valore primo da Walter Veltroni. Afferma il giurista Francesco D'Agostino, autore del pezzo, che gli elettori devono conoscere senza reticenze e senza ambiguità i programmi dei partiti che chiedono il loro voto. E di programmi, sempre a detta del presidente onorario del comitato nazionale di bioetica, finora si parla ben poco, ma le candidature possono fornire indirettamente indicazioni programmatiche molto precise.
E il D'Agostino quindi si scaglia direttamente sui protagonisti. Queste le parole: Candidati la cui visione del mondo è stata esplicitata innumerevoli volte. È impossibile ignorare ad esempio la visione libertaria, e non liberale, di chi ha sempre militato nel Partito radicale. È impossibile ignorare quale sia l'antropologia di Umberto Veronesi. Il giurista attacca duro e direttamente il candidato premier Veltroni. Discorso chiaramente e ripetiamo, e rispettiamo, giustamente cattolico. Ma anche per chi non è cattolico, ma solo un lettore degli ultimi eventi, un qualche dubbio può venire. E in questo, proprio Veltroni, potrebbe essere d'aiuto nei prossimi giorni.
A questo punto, una volta fatta della chiarezza di posizione e di programmi il vero "mito" da seguire, come, in questa chiarezza appunto, possono convivere idee tanto eterogenee ed "estreme" a sensi opposti? E pensiamo, su tutti, ai radicali, a Veronesi e a quelle correnti, non proprio secondarie nel PD, di "teodem". Una qualche perplessità, anche per chi non va a messa la domenica, può sorgere.

AP


Cuba, ancora Castro

L'unico alleato della democrazia è il tempo. Che a Cuba sembra essersi fermato. L'uomo della grande rivoluzione Fidel Castro depone la sua giacchetta verde e lascia il posto a un nuovo presidente. Suo fratello. Più giovane di qualche anno, più pacato e più limitato a livello di immagine. Dettagli non da poco. Il lidermaximo e la sua ombra. Continuerò a seguire i consigli di Fidel afferma il neo presidente Raul. Di cognome naturalmente Castro.
Braccio destro e vice di Raul Castro, il dottor Machado Ventura. Anche lui castrista da sempre e anche lui over 75. Ulteriore speranza (l'età) al cammino democratico civile dell'isola.
Si presenta esplicitamente come successore di Fidel e convinto continuatore della sua opera. Dinanzi all'Assemblea il neo presidente parla di riforma monetaria, di ideali anacronistici e di impero. Discorsi ormai fuori da ogni logica e fortunatamente lontani da ogni lucida mente.
E così continueremo, disgraziatamente, a guardare a Cuba chi come baluardo e sogno di giustizia rivoluzionaria e chi come baluardo di ingiustizia e repressione. Dipende dai punti di vista, anche se i secondi di questa disputa mantengono un qualche argomento in più a loro favore.
Raul Castro nuovo "presidente" cubano. Non si aspettavano certo grandi novità o importanti scossoni. Tutto si è svolto nella più totale calma e serena continuità (lo ha ribadito anche il dittatore venezuelano Chavez).
Niente di nuovo quindi sotto il cielo de l'Avana.

AP

sabato 23 febbraio 2008

Manovre al Centro

Avviamo una costituente per un nuovo soggetto di centro. È l'offerta di Savino Pezzotta all'Udc di Casini. Da Montecatini Terme il presidente della Rosa Bianca invita al dialogo. Aperto. Costruttivo. Al progetto di una nuova realtà politica alternativa ai due grandi poli. Nè con il Partito Democratico e neanche con il Popolo della Libertà. Questo il percorso. Questo l'obiettivo. E i potenziali protagonisti sono tanti. Pier Ferdinando Casini dopo il no a Berlusconi è alla ricerca di una immagine e contesto credibile per le prossime elezioni. Come risponderà, o sarà obbligato a rispondere, all'invito della Rosa Bianca? La Rosa Bianca appunto, con Pezzotta, alla ricerca di alleanze e unioni di intenti. L'occasione è importante. Lo sanno tutti. Perderla, lasciarla passare, sarebbe un errore fatale per gli aspiranti centristi. E Savino Pezzotta non perde tempo. E non apre solo al candidato premier Casini. Per ora stiamo parlando con l'Udc, poi si vedrà. Non poniamo limiti alla provvidenza afferma il presidente "bianco". Vedremo fino a che punto la provvidenza interverrà nella corsa elettorale.
E da Montecatini Terme Savino Pezzotta parla anche di e a Ciriaco De Mita (a proposito di provvidenza). Il grande escluso. Il grande offeso. Non ci piacciono le derive zapateriste di chi toglie dalle sue liste esponenti importanti della storia del cattolicesimo politico come Ciriaco De Mita, e vi aggiunge i radicali e Veronesi urla alla folla il presidente. E sempre a proposito di De Mita aggiunge: vediamo se ci sono le condizioni perché lui venga a portarci un saluto. Si. Vedremo.
E Mastella? Altro potenziale protagonista. Di Mastella si sa poco. Le sue mosse rimangono ancora nell'ombra. Forse perchè solo in attesa di maggiore chiarezza e tranquillità a livello personal giudiziario.

AP

Berlusconi, mai detto di volere larghe intese

Vero e proprio dietrofront del Cavaliere. Le sue parole devono esser state mal interpretate dall'80% degli italiani. Problemi di comunicazione. La politica in questo fa scuola. Veltroni stamattina rispondeva al leader del PdL con un secco no. Nessuna larga intesa. Adesso che il Cavaliere comincia a sentire l'avvicinarsi del Pd si apre la "stagione delle intese". Troppo facile. Veltroni è deciso nel suo andare verso la vittoria finale. Le larghe intese e gli accordi andavano fatti prima, afferma proprio Veltroni. E invece il centrodestra ha chiuso ogni possibilità di dialogo. Quando ancora i numeri davano Berlusconi al 70%.
In effetti non c'è bisogno di una memoria di ferro per ricordare gli eventi e la reazione del centrodestra alla caduta di Romano Prodi. Nessun dialogo. Prima e dopo. Alle urne per stravincere. Ma il vento sembra aver cambiato improvvisamente, e incredibilmente, direzione.
Risposta di Walter Veltroni e nuova uscita, a conferma, di Antonio Di Pietro. Nessun inciucio tuona il leader dell'Italia dei Valori, fondamentale alleato del Pd.
Capitolo larghe intese chiuso. Entrambi gli schieramenti, tra giochi di parole, smentite e dichiarazioni ufficiali allontanano la possibilità. Ma si sa, il domani, soprattutto in politica, è sempre un altro giorno.

AP

venerdì 22 febbraio 2008

Berlusconi e le larghe intese

Il Partito Democratico è in netto e veloce recupero. Dato per spacciato qualche mese fa, all'atto di nascita e caduta governo Prodi, ha saputo in poco tempo recuperare e avvicinarsi alla corazzata Popolo della Libertà. Fino a fare paura. Berlusconi è ottimista. E fa bene. Il margine di vantaggio c'è. Almeno così sembra. Ma giorno dopo giorno i due poli si avvicinano. Fino a quasi sfiorarsi. Soprattutto dopo le ultime mosse di Veltroni.
E questo il Cavaliere lo sa. E da discorsi al limite dell'eccitazione, da cifre mostruose e dichiarazioni di vittorie (più che elezioni) anticipate, si è passati, in breve tempo, alle eventuali larghe intese.
Si, in caso di pareggio il centro destra è aperto a larghe intese. Il centrodestra fino alla scorsa settimana dato al 70%. Strano cambio improvviso di rotta. Il cosiddetto "piano b". Ma gli italiani, dichiara Berlusconi, non sono così ingenui e noi siamo al 46%. Il Pd al 36%. E Veltroni diventa un "ottimo comunicatore". Qualcosa è cambiato nel centrodestra. Una nuova strategia obbligata dagli ultimi eventi? Il Partito Democratico sta riuscendo a farsi passare per novità. Vera o apparente poco importa. Sembra siano piaciute le ultime scelte veltroniane, da De Mita agli under 30-40. Dai 12 punti di programma alle liste pulite. Il "centro"destra fatica nell'intento. E sembra in molte occasioni seguire più che inventare e proporre.
Ospite a Matrix il Cavaliere non risparmia dichiarazioni di fuoco contro l'ex alleato Casini. Un rapporto mai decollato, fin dagli esordi. Parla di Fini e delle sue legittime aspirazioni. E a livello programmatico politico lancia i suoi obiettivi e le sue promesse. Nessun aumento delle tasse. Cancellazione dell'Ici. Aiuti ai giovani. Chiude la porta in faccia, anche lui, a chi ha commesso reati. E smentisce il caso Aida Yespica.
Mancano due mesi alle elezioni. E dalla guerra di cifre e programmi si sta passando alle possibili larghe intese. Una storia, l'ennesima, già sentita.

AP

Tempesta balcanica

L'attacco all'ambasciata americana a Belgrado è solo l'inizio. C'è chi teme un aprirsi di una crisi irreversibile nei Balcani. E sono in tanti a temerlo. Tanti tranne America e alcune grandi potenze europee. Perchè? C'è forse una parte importante di Europa e di mondo che vuole questa tensione? Tra crisi economiche di vario tipo, crisi sociali e di tutto e di più nel mondo, i Balcani e l'indipendenza kosovara come miccia da attivare a tutti i costi. C'è forse qualcuno nel mondo che vuole un conflitto importante nel cuore del vecchio continente? Con tutto ciò che tale conflitto pòtrebbe cominciare nell'immediato a muovere. Dai nuovi equilibri politici a una gestione strategica delle risorse e dei territori, in area balcanica a livello geografico, ma in area Russia a livello diplomatico ed economico, strategico. La Russia di Putin ha mostrato i suoi muscoli più di una volta nell'ultimo periodo. Accuse importanti, minacce, rivolte soprattutto agli antichi nemici americani.
E soprattutto in questa occasione non nasconde i suoi temibili intenti. Dopo l'attacco all'ambasciata americana Mosca minaccia addirittura l'intervento diretto. L'America si limita a condannare come atto criminale i fatti di ieri a Belgrado. La Serbia richiama i suoi diplomatici da tutti quei paesi che riconoscono la neorepubblica kosovara e focolai di violenza ultranazionalista cominciano a prendere forza nel territorio. Forse guidati da correnti interne di tipo politico. Il discorso del primo ministro Kostunica ieri a Belgrado è stato un chiaro tentativo, riuscito, di aizzare la folla.
Il Kosovo potrebbe ritrovarsi nel bel mezzo di una tempesta politicoeconomico militare di grandi dimensioni. Vittime di interessi ben lontani dall'orgoglio nazionale albanese e dalla volontà di indipendenza del popolo kosovaro. Motivo dichiarato di un attacco frontale studiato a tavolino dalle grandi potenze. Mai come in questi ultimi anni spinte sempre più ad una corsa diretta allo scontro. Proprio Putin, non molto tempo fa, parlava di una corsa al riarmo (che ha una data precisa di inizio: 11 settembre 2001). Parole, dichiarazioni che spaventano. E fatti, come quelli di ieri nella capitale serba, che preoccupano e che aprono scenari inquietanti (soprattutto se pensiamo alla ormai compiuta ridistribuzione di risorse in medio oriente). Ancora una volta nel cuore dell'Europa.

AP

Caos Belgrado

Scoppia la rabbia in Serbia. Al centro della protesta violenta, cominciata come manifestazione pacifica, naturalmente l’indipendenza del Kosovo. Bilancio, ancora provvisorio di 70 feriti e un morto.
Tutto è iniziato quando un gruppo di nazionalisti si è staccato dalla manifestazione e ha attaccato con pietre e bastoni per poi incendiare l’ambasciata americana a Belgrado.
Attaccate anche altre sedi diplomatiche. Il Presidente serbo Boris Tadic invita alla calma e alla manifestazione di idee in forma pacifica e rispettosa.
È notizia di poche ore fa il ritrovamento all’interno dell’ambasciata di un corpo carbonizzato. Dalle prime informazioni non si tratterebbe di un americano. Per le strade di Belgrado intanto gruppi di violenti continuano anche in questo momento a devastare attività con marchi stranieri, da McDonald a Benetton.
Si tratta della prima importante risposta violenta serba all’indipendenza dell’ex regione a maggioranza albanese, ora Repubblica del Kosovo. E soprattutto la risposta alla scelta dei principali paesi europei (compresa Italia) , eccetto Spagna, di riconoscere questa indipendenza.
Avverte la Serbia, per voce del primo ministro Kostunica: «Il Kosovo appartiene alla Serbia. Il Kosovo appartiene al popolo serbo. È sempre stato così e così sarà. Nessuna forza, nessuna minaccia o promessa potrà cambiare le cose». Serbia che ha deciso di ritirare gli ambasciatori da quei Paesi, tra cui l’Italia, che hanno appoggiato e infine riconosciuto l’indipendenza kosovara. Massimo D’Alema è il primo a rispondere alla Serbia, affermando che Belgrado sa benissimo che le ragioni che hanno spinto l’Italia ad accettare l’indipendenza non sono di ostilità. Aggiunge poi Romano Prodi che Il riconoscimento del Kosovo non toglie nulla alla Serbia con la quale l'Italia continuerà ad avere un rapporto di amicizia ed affetto.
Nonostante parole di calma e fratellanza la rabbia serba ha cominciato a trasformarsi in violenza. E purtroppo i fatti di oggi a Belgrado sembrano solo l’inizio
.
AP

giovedì 21 febbraio 2008

Pd, i radicali dicono si

Alla fine di trattative estenuanti è arrivato il si dei radicali. Dichiarazioni, botta, botte, e risposta.
E nella notte si è deciso di confluire nel Partito Democratico. Altro bacino di voti in mano veltroniana. Un bel colpo. Anche se rimangono riserve sul tipo di alleanza e soprattutto di trattative. Siamo alle solite.
Se da una parte si taglia l'offeso De Mita, dall'altra si accontentano i radicali con concessioni e poltrone. È la politica sia chiaro, nessuna sorpresa. Nessuna novità.
Ma andiamo a vedere più da vicino il si e ciò che ha portato a questo si.
Prima di tutto la dichiarazione radicale. Lascia perplessi. Stamattina Rita Bernardini e Marco Cappato confermano, alla fine di una riunione notturna (come sempre in politica), il si dei radicali con queste parole: Inseriremo i nostri candidati nelle liste del PD, nonostante la si ritenga una soluzione meno efficace. Attendiamo la risposta di Veltroni.
Parlano da grande partito i Radicali. Dicono si entriamo ma lasciano il discorso in sospeso, o meglio la cassaforte aperta per ulteriori ingressi di tesori.
L'offerta veltroniana, ricordiamo, prevedeva nessun altro apparentamento dopo quello con l'Italia dei Valori di Di Pietro. E soprattutto Emma Bonino ministro del governo Veltroni in caso di vittoria del Pd e la garanzia di 9 esponenti dei Radicali da inserire nelle liste del Pd in posti sicuri.
Questa l'offerta ufficiale. Ma siamo sicuri che anche con il si non si chiude affatto la stagione dei saldi, degli affari e dei ricatti.

AP

Pronti, partenza e via (parte seconda)

Riassumiamo gli ultimi fatti della politica italiana. Casini dice no al Cavaliere e corre solo. Al centro. Mastella attende. E valuta le proposte. Veltroni elenca i dodici punti di programma. La ricetta per risanare l'Italia. Chiarezza e leggerezza. Scelta ben lontana dal librone dell'Unione di due anni fa. Di Pietro si allea con Veltroni e spara a zero su Mediaset. Non viene preso sul serio nemmeno dal suo stesso partito. Forse perchè stanchi, ormai tutti, di parlare di televisioni e minacce di espropri, tagli e viaggi sulla luna. Sarebbe molto meglio fare. E seriamente, per il bene di tutti. Non per ottusa strategia politico personale. Rancori e dispetti. Pannella litiga con Ferrara. I Radicali giocano al rialzo con Veltroni.
E a proposito di Radicali arriviamo alla giornata di oggi. Giornata delicata. Tra offesi e ultimatum.
Gli offesi, anzi l'offeso, Ciriaco De Mita. 45 anni di Parlamento. Ex segretario Dc. Lascia il Partito Democratico in quanto, lui dice, offeso appunto dalle dichiarazioni del candidato premier Veltroni. Che per una volta, in Italia, parla di vecchi della politica che dovrebbero farsi da parte. Niente contro chi ha più di quaranta anni di professione sia ben chiaro. Ma la politica non è una professione qualsiasi. E l'età, o almeno il ciclo generazionale dovrebbe contare molto più di quel che conta (quasi nulla). E non è mancanza di rispetto, fiducia o sensibilità. Pensiamo sia buon senso. Serietà. Ma l'Italia è un Paese che ha sempre trovato un posto ai rimasugli, agli scarti e come si diceva qualche post fa ai falliti. Questi ultimi addirittura messi alla guida di altrettanti rimasugli e scarti tirati a lucido. E così succede che un ragazzo di trentanni si ritrova obbligato addirittura a far valigia e sperare almeno in un biglietto low cost per andarsene a trovare qualcosa di meglio. Il signor Ciriaco De Mita, e come lui tanti altri, destra, sinistra, centro, si ritrova nella peggiore delle ipotesi una poltroncina di quelle con lo schienale scomodo perchè di seconda fila. Questo è un problema che in Italia tocca purtroppo livelli tragici.
E così Veltroni candida giovani. E dice no a De Mita. Trovata "promozionale"? Poco importa. L'ha fatto. E ne diamo il merito. Attendiamo con ansia scelte drastiche in questo senso anche dall'altro lato.
E per quanto riguarda gli ultimatum, Veltroni parla chiaro con i Radicali: basta giochi, la proposta del Pd è arrivata, o dentro o fuori. Altro bello scatto dell'ex sindaco capitolino. Attendiamo, sempre con ansia, una scelta dei Radicali, che come risposta non hanno trovato di meglio che dire: abbiamo aspettato tanto noi ora aspettino loro.
E aspettiamo.

AP

mercoledì 20 febbraio 2008

Usa: inarrestabile Obama

Inarrestabile Barack Obama. In Wisconsin arriva la nona vittoria consecutiva. Con margini spaventosi sulla ex first lady Hillary (in) Clinton. Numeri da capogiro. Folle oceaniche ai suoi discorsi. Sembra una marcia inarrestabile. Da non lasciare speranze all'inseguitrice. Eppure i numeri ancora non danno certezze. I delegati. Siamo, può sembrare incredibile leggendo le cronache, al pareggio. Non si conoscono con certezza le cifre, in quanto in America, in corsa alla presidenza, la matematica a quanto pare rimane un' opinione. Basta leggere le diverse testate, agenzie, fonti di partito, nessun numero si ripete, ognuno dice la sua. Si passa dal vantaggio Clinton, con margine importante, al vantaggio Obama. Può sembrare incredibile ma è così.
Il Wisconsin consegna a Obama 94 delegati (?). E il vantaggio clintoniano (se reale) si riduce. Si può parlare ormai di pareggio. E manca ancora il voto ufficiale delle Hawaii, in direzione sicura Obama (manca solo l'ufficialità attesa a minuti). E che darebbe all'afroamericano altri 20 delegati.
La Clinton da parte sua sembra ormai decisa a puntare tutto su Ohio e Texas, il prossimo 4 marzo. I due Stati metteranno sul piatto qualcosa come 334 delegati.
I giochi rimangono apertissimi. Si continua a correre. E a quanto sembra si continuerà ancora a lungo. Soprattutto dalla parte democratica. Perchè se per i democratici dovremo attendere fino all'ultimo voto, per i repubblicani i giochi sembrano fatti. Prosegue infatti la raccolta delegati, ormai in solitario, di John McCain.

AP

Cuba, adesso libertà

Fine di un'era. Per Cuba. Per il mondo. Fidel Castro lascia la guida del Paese dopo mezzo secolo di regime. Si. Mettiamo da parte i romanticismi combattivo rivoluzionari e chiamiamo Fidel Castro con il suo nome: dittatore. E Cuba regime comunista.
Perchè se tanti, forse, piangeranno la fine del lider maximo, altrettanti, sparsi (non per scelta) per il mondo, stapperanno la solita bottiglia di spumante e scenderanno in piazza per festeggiare il giorno nuovo. Sperando sia migliore. O almeno non uguale al passato.
Nessuno ha il diritto di giustificare, neanche dinanzi ai più profondi ideali, l'orrore di un regime. Nessuna filosofia. Nessuna religione. Nessun sogno. Con nessuno slogan.
La libertà è un bene troppo grande per poter essere soffocato dal delirio ideologico. Di destra. Di sinistra. E da domani Cuba dovrà lottare per riconquistarla. A caro prezzo forse. Anche con compromessi. Consapevoli di un passato importante quanto pesante. Riabbracciando i tanti figli costretti dalla paura dittatoriale a lasciare il proprio paese e andare. Magari di nascosto. Per non essere scoperti. E ammazzati proprio in nome dell'uguaglianza e dello stato.
Stato da riprendere e ricostruire. Si spera fin da subito con l'unico valore che vale la pena difendere anche con la morte e il sacrificio: la libertà.

AP

martedì 19 febbraio 2008

La lettera di Fidel Castro

Copiamo uno stralcio, il principale (e storico), della lettera del lider maximo Fidel Castro pubblicata sul quotidiano ufficiale del regime comunista Diario Granma.


Queridos compatriotas:

Les prometí el pasado viernes 15 de febrero que en la próxima reflexión abordaría un tema de interés para muchos compatriotas. La misma adquiere esta vez forma de mensaje.
Ha llegado el momento de postular y elegir al Consejo de Estado, su Presidente, Vicepresidentes y Secretario.

Desempeñé el honroso cargo de Presidente a lo largo de muchos años. El 15 de febrero de 1976 se aprobó la Constitución Socialista por voto libre, directo y secreto de más del 95% de los ciudadanos con derecho a votar. La primera Asamblea Nacional se constituyó el 2 de diciembre de ese año y eligió el Consejo de Estado y su Presidencia. Antes había ejercido el cargo de Primer Ministro durante casi 18 años. Siempre dispuse de las prerrogativas necesarias para llevar adelante la obra revolucionaria con el apoyo de la inmensa mayoría del pueblo.
Conociendo mi estado crítico de salud, muchos en el exterior pensaban que la renuncia provisional al cargo de Presidente del Consejo de Estado el 31 de julio de 2006, que dejé en manos del Primer Vicepresidente, Raúl Castro Ruz, era definitiva. El propio Raúl, quien adicionalmente ocupa el cargo de Ministro de las F.A.R. por méritos personales, y los demás compañeros de la dirección del Partido y el Estado, fueron renuentes a considerarme apartado de mis cargos a pesar de mi estado precario de salud.
Era incómoda mi posición frente a un adversario que hizo todo lo imaginable por deshacerse de mí y en nada me agradaba complacerlo.
Más adelante pude alcanzar de nuevo el dominio total de mi mente, la posibilidad de leer y meditar mucho, obligado por el reposo. Me acompañaban las fuerzas físicas suficientes para escribir largas horas, las que compartía con la rehabilitación y los programas pertinentes de recuperación. Un elemental sentido común me indicaba que esa actividad estaba a mi alcance. Por otro lado me preocupó siempre, al hablar de mi salud, evitar ilusiones que en el caso de un desenlace adverso, traerían noticias traumáticas a nuestro pueblo en medio de la batalla. Prepararlo para mi ausencia, sicológica y políticamente, era mi primera obligación después de tantos años de lucha. Nunca dejé de señalar que se trataba de una recuperación "no exenta de riesgos".
Mi deseo fue siempre cumplir el deber hasta el último aliento. Es lo que puedo ofrecer.
A mis entrañables compatriotas, que me hicieron el inmenso honor de elegirme en días recientes como miembro del Parlamento, en cuyo seno se deben adoptar acuerdos importantes para el destino de nuestra Revolución, les comunico que no aspiraré ni aceptaré- repito- no aspiraré ni aceptaré, el cargo de Presidente del Consejo de Estado y Comandante en Jefe.

...

El camino siempre será difícil y requerirá el esfuerzo inteligente de todos. Desconfío de las sendas aparentemente fáciles de la apologética, o la autoflagelación como antítesis. Prepararse siempre para la peor de las variantes. Ser tan prudentes en el éxito como firmes en la adversidad es un principio que no puede olvidarse. El adversario a derrotar es sumamente fuerte, pero lo hemos mantenido a raya durante medio siglo.
No me despido de ustedes. Deseo solo combatir como un soldado de las ideas. Seguiré escribiendo bajo el título "Reflexiones del compañero Fidel" . Será un arma más del arsenal con la cual se podrá contar. Tal vez mi voz se escuche. Seré cuidadoso.

Gracias

Fidel Castro
ÓRGANO OFICIAL DEL COMITÉCENTRAL DEL PARTIDOCOMUNISTA DE CUBA

Fidel Castro lascia la Presidenza

Quando si parla di Sud America e di Cuba soprattutto conviene sempre tenere aperte più porte e non dare mai nulla per scontato o definitivo. Fidel Castro lascia la Presidenza cubana dopo quasi mezzo secolo di potere. Questa la notizia che da questa notte rimbomba nella rete. Ufficiale a quanto sembra in quanto dichiarazione dello stesso Castro al popolo cubano. Tutti i poteri passano al fratello Raul, già al potere, in sostituzione, a causa dei problemi di salute del lidermaximo.
«Non aspiro, ne intendo accettare la posizione di presidente del Consiglio di Stato e di comandante in capo», queste le parole di Fidel Castro, pubblicate in una lettera sul quotidiano ufficiale del regime comunista Granma. Il ruolo, afferma Castro, di guida del Paese necessita di forza e libertà di movimento, cosa che il lider non può più offrire. Sono parole storiche.
Ma non sarà un ritiro totale dalle scene politiche. Fidel Castro dichiara infatti di voler scrivere "Le riflessioni del Compagno Fidel", che costituiranno, continua nella lettera il lider «un'altra arma dell'arsenale sul quale si potrà contare».
L'annuncio arriva a pochi giorni dalla riunione dell'Assemblea nazionale, il 24 febbraio, per eleggere appunto il nuovo capo di Stato. Il successore di Fidel Castro, che dal 1959 era sempre stato rieletto.
E arriva a due giorni dalla visita ufficiale del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato e numero due del Vaticano, nell'isola per una settimana a ricordo dello storico viaggio di Papa Giovanni Paolo II. Nell'occasione il cardinale incontrerà Raul Castro e proprio il lidermaximo dimissionario.

AP

Di Pietro ci riprova

Non ha mai nascosto il suo antiberlusconi(smo). Anzi, da quando è in politica ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia. Voti da acciuffare in giro per l'Italia. Odi Berlusconi? Vota Antonio Vota Antonio. L'Italia dei Valori. Con la V maiuscola. I Valori di chi non ruba, di chi non compra, di chi non imbroglia. L'ha sempre ripetuto. Piuttosto che dare, o peggio ridare il potere in mano a Berlusconi, appoggio i disegni, i decreti, le cose più assurde. Quel maledetto Berlusconi che non siamo riusciti a far fuori. Quando potevamo farlo. Un sassolino rimasto nelle scarpe tirate a lucido dell'Antonio nazionale. Un personaggio che se non fosse entrato in politica avrebbe probabilmente più di una statua in giro per il Bel Paese. Un eroe nazionale (all'epoca). Mani Pulite e la Prima Repubblica in frantumi. Condannati, giustamente e ingiustamente, accusati e morti ammazzati. Suicidati. Uno dei capitoli più travolgenti della storia italiana.
E proprio da quelle ceneri Berlusconi ha preso il volo. E Antonio ha sempre ostentato il suo odio nei suoi confronti. Datelo a me che lo distruggo aqquello.
E invece passano gli anni, passano i partiti e Berlusconi sembra prendere sempre più luce e un potere da sembrare quasi immortale. Antonio Di Pietro entra in politica. Urla. Si dimena. Molte volte per cose più che giuste senza ombra di dubbio, ma sempre in quella posizione di comodo da far pensare, e non bene, anche i più ingenui. Un sostenitore accanito del sistema da cambiare da dentro. Seduto sulla poltrona.
Dopo l'esperienza Prodi, il Ministero e le presenze televisive praticamente quotidiane. Su ogni canale. Eccolo firmare un patto d'alleanza forte e sincero con il neonato Partito Democratico. Sicuro come sempre. Noi alleati fedeli. Che a volte disagio creiamo ma mai e nulla disfaciamo.
Italia dei Valori con Veltroni. Con il simbolo chiaramente. Niente scioglimenti. Programma per cambiare l'Italia e avanti tutta verso prima il recupero voti e poi chissà verso la vittoria finale.
Ma manca Berlusconi in tutto questo. Qualcosa diretto al cuore del Cavaliere. Lui come persona. Le televisioni. Ecco. Parlare di novità ora sarebbe folle. Quindi, almeno in questo caso la novità mettiamola da parte. Qualcosa di vecchio che si ripete. Ma mai si compie. Disintegrare l'impero telecomunicativo di Berlusconi. Il conflitto d'interessi. Riformare l'intero sistema informativo e televisivo italiano. Rete 4 sul satellite. La Rai senza pubblicità. Insomma, tutte cose sentite e risentite da voci diverse ma dai contenuti uguali.
Tutti contro il Cavaliere.
Eccolo l'Antonio che che ti aspetti. Portavoce calibrato del popolo antiberlusconiano.
E tutti contro Antonio.
Prendono infatti subito le distanze da tanta furia programmatica la maggior parte dei partiti politici. Il Partito Democratico, con Follini, che dichiara che la posizione del centrosinistra in materia di informazione è contenuta nei due disegni di legge che giacciono in Parlamento. Punto. Massimo Donati stesso, capogruppo dell'IdV alla Camera, a puntualizzare che le posizioni nette dovranno sicuramente essere dibattute e messe a confronto con l'alleato. Quindi una frenata secca dal cuore dello stesso partito Italia dei Valori. Poi è la volta della Sinistra Arcobaleno, che prende le distanze dalle dichiarazioni di Di Pietro. Non condividendo e anzi definendo tali dichiarazioni troppo vaghe per esser almeno dibattute. Insomma, niente da fare.
E sembra davvero che anche questa volta Antonio Di Pietro dovrà placare in un modo o nell'altro i bollenti spiriti e attendere. Attendere, ormai pensiamo invano, che quel maledetto sassolino, ormai insopportabile, prima o poi esca dalla scarpa.

AP

lunedì 18 febbraio 2008

Kosovo, la reazione spagnola

Oggi sul sito di El Pais troviamo un sondaggio. Uno di quei sondaggi senza peso statistico e senza pretese di alcun tipo. Ma indicativi.
Si chiede al "navigante" di dire la sua, un si, un no o un lasciamo all'Unione Europea, sul caso dell'indipendenza kosovara. Indipendenza che ha aperto una discussione importante a livello mondiale.
La Spagna, è notizia di queste ore, non riconoscerà l'indipendenza del Kosovo. E i lettori de El Pais sembrano condividere la scelta (obbligata e di interesse) del governo Zapatero. un 60% infatti punta secco sul no: non riconoscere la nuova Repubblica del Kosovo. Una regione, evidenza El Pais della dimensione del Principato di Asturia. Ma nel bel mezzo di una polveriera. I paesi balcanici. Da sempre teatro di scontri e conflitti.
Ma perchè tutto questo ostracismo spagnolo. Questa netta opposizione a ogni piano, anche con dialogo, di indipendenza kosovara? Niente contro gli albanesi kosovari, niente a favore di serbi o russi. Nessun tipo di antiamericanismo perverso. Niente di tutto questo.
Kosovo grande come le Asturie. Nessun legame sia chiaro con il Principato del futuro Re di Spagna. Seguendo direzione Francia il territorio spagnolo si attraversa un'altra regione, Cantabria, che sembra fare da cuscinetto, una frontiera allargata a quello che in Spagna è un vero e proprio problema storico: I Paesi Baschi. Poco lontani quindi dalle Asturie.
Ecco il problema. Una regione da sempre protagonista dei conflitti interni più importanti, e sanguinari, della Spagna. Euskadi (nome della Regione Autonoma Vasca). Un altro Paese. Un'altra lingua (incomprensibile): burujabetasun è una delle traduzioni di "indipendenza e autonomia" secondo il dizionario vasco (Euskera). Un altro mondo. Unica Regione, per forza di cose, a mantenere, seppur con discrezione, una vera e propria frontiera controllata. Il movimento di materiali, più o meno leciti, direzione Francia e ovest del Paese è cosa di tutti i giorni. Sia ben chiaro, non è una Regione in guerra. Non è gente incazzata per le strade. Anzi, la gente tende a non parlare di certe cose. Anche perchè le correnti separatiste violente, l'Eta, e i suoi componenti si possono nascondere ovunque. Non hanno vera e propria classe sociale. Ne un marchio di distinzione.
Ecco quindi il vero problema. Il Kosovo può presentarsi come un pericolosissimo precedente. Non a caso i quotidiani vaschi, non tutti ma la maggior parte, vedono con favore (in modo più o meno diretto) gli eventi kosovari. Un esempio, si legge, di democrazia. E queste sono dichiarazioni pericolose. Soprattutto se fatti a tre settimane dalle elezioni.
Kosovo pericoloso precedente. Questo spinge i politici spagnoli, di Madrid, a condannare il processo kosovaro. Questo spinge il governo a non riconoscere Pristina capitale di una Repubblica indipendente.
Anche perchè, e non c'è da dimenticarlo, le Regioni più attive in questo senso, in Spagna, sono anche le più ricche. Soprattutto di menti capaci di pianificare e portare a termine.
Indipendenza linguistica. Netta e dichiarata. Basti pensare al catalano, al vasco appunto. Regioni legate a Madrid solo per questioni economiche e burocratiche di comodo.
L'esempio dei Paesi Baschi è soltanto uno dei più importanti a livello mondiale (pensiamo anche alle enclavi russe, a Cipro), perchè dentro a uno Stato, la Spagna, tra i principali nello scacchiere europeo.
E in questo turbinio di dichiarazioni, smentite, contrasti, c'è già chi parla di Kosovo vaso di Pandora.
E visto i tempi come dargli torto?

AP

domenica 17 febbraio 2008

Kosovo, l'ora dell'indipendenza

Sembra davvero tutto pronto per l'ufficializzazione dell' indipendenza del Kosovo. Sostenuta chiaramente da America, ostacolata da Russia e Serbia.
Nel pomeriggio si riunirà in sessione speciale il Parlamento e si dichiarerà la completa indipendenza della regione. Dell'ormai Stato.

La provincia serba a maggioranza albanese diventerà una Repubblica. Il primo ministro, Hashim Thaci, parla di giorno storico, e non ci sono dubbi in merito, e definisce la futura Repubblica già uno dei paesi liberi del mondo. Non sembrano importare al primo ministro kosovaro i niet russi e le minacce, e le paure, serbe.
Una svolta storica. Che lascia però perplessità per il futuro, in una regione da sempre vero e proprio focolaio di rivolte, tragedie e crimini trasformati in guerre.
Kosovo indipendente. E la gente, kosovara, festeggia nelle piazze. Già nella serata di ieri erano tanti a brindare agli ultimi eventi. Nelle piazze ad attendere il si ufficiale del parlamento e la presentazione della nuova bandiera.
Il presidente Bush ha sempre visto nella Repubblica del Kosovo una maggiore possibilità di stabilità della regione balcanica. L'America ha sostenuto in questi anni quindi, politicamente ed economicamente, la scelta kosovara, in nome della libertà e della democrazia. Vero e proprio cardine del pensiero americano. Quella Libertà e Democrazia da difendere ad ogni prezzo, con ogni mezzo, anche con le bombe. Tra i tanti, ormai ammessi, errori.
Di diverso avviso lo "zar" Putin. Che con non tanta diplomazia e apertura al dialogo afferma che la Russia punterà i missili contro chi minaccerà la sicurezza russa. Il pensiero è abbastanza chiaro. Anche se il discorso non era rivolto esclusivamente al Kosovo, bensì ai Paesi dell'ex Patto di Varsavia, Polonia su tutti. Come chiara è l'accusa verso i sostenitori, America in primis. Putin definisce immorale e vergognosa l'indipendenza di Pristina da Belgrado e chi appoggia, questa indipendenza, dovrebbe solo vergognarsi. Toni duri, come al solito, quelli usati dallo zar.
E futuro incerto. Da oggi pomeriggio più che mai.

E vale la pena leggere il servizio, pubblicato su La Stampa, dall'inviato Giuseppe Zaccaria a Gracanica.

AP

I Dodici punti di Walter

Sabato di importanza storica per la politica italiana.
Berlusconi incassa il no deciso di Casini (che correrà da solo in una sorta di terzo polo). E si ritrova con un bacino importante di voti in meno. Vuoto da dover in un qualche modo tappare in quanto il vantaggio nei confronti del PD giorno dopo giorno si riduce e niente, a questo punto, può esser dato per scontato. No, le prossime elezioni non saranno una formalità. Il Popolo della Libertà è costretto a rivedere piani e rifare soprattutto conti. La vittoria non è qualcosa di tanto scontato.
Dall’altra parte Veltroni si lancia nella campagna elettorale. Il suo tour parte da Roma, dove è Romano Prodi ad aprire i lavori, niente di nuovo, della Costituente del Partito Democratico. Ex Premier applaudito a lungo e ottimista per il futuro del suo progetto politico. Ma è sicuramente il candidato premier Veltroni a strappare le attenzioni principali. Elencati infatti i Dodici punti per cambiare l’Italia. Il PD prende forma e lancia la sfida.

Primo punto le infrastrutture. Modernizzare l’Italia. Cercare di ridurre lo scarto con gli altri Paesi europei, ben più avanti a livello di scelte tecnologiche e ambientali. Si al diritto della gente di far sentire la propria idea a proposito di grandi opere. Ma sulla Tav si deve andare avanti e concludere presto.

Secondo punto il Mezzogiorno. Modernizzare anche in questo caso. Innovazione e sapiente politica delle risorse.

Terzo punto il controllo della spesa pubblica. Fondamentale per l’Italia. Il governo Prodi ha risistemato i conti pubblici, afferma Veltroni, a noi del PD il compito di spendere meglio, spendere meno.

Quarto punto le tasse. Ridurre le tasse ai contribuenti leali. Riassunto nello slogan ormai celebre: pagare meno, pagare tutti.

Quinto punto le donne. Investire sul lavoro delle donne. Dice Veltroni: trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo.

Sesto punto per il problema delle case. Aumentare case in affitto e nuove case da mettere sul mercato a canoni tra I 300 e 500 euro.

Settimo punto sul problema demografico italiano. Invertire il trend mediante una dote fiscale per il figlio. Si tratta di 2500 euro al primo figlio e aiuti per asili nido.

Ottavo punto dedicato alla formazione e istruzione. All’ Università. Cento nuovi campus universitari (e scolastici) entro il 2010.

Nono punto. Uno dei più delicati. La lotta alla precarietà. Perchè senza stabilità e sicurezza non può esserci futuro. Non possono esistere investimenti e possibilità. I giovani precari dovranno raggiungere il minimo mensile di 1.000 euro. La qualità quindi di questo lavoro e la sua sicurezza.

Decimo punto dedicato alla sicurezza. Maggiori fondi per le forze dell’ordine e certezza della pena, punto cardine dell’azione di governo.

Undicesimo punto su giustizia e legalità. Proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. E importante: inseriremo il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi a mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione e concussione.

Dodicesimo punto infine sull’innovazione. Banda larga in tutta Italia e una tv di qualità. Superare il duopolio televisivo e correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche, accrescendo pluralismo e libertà del sistema.

AP

sabato 16 febbraio 2008

Casini corre solo